Gianluca Banchelli: “La vera battaglia non è tra gli ultimi”

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Gianluca Banchelli

Prato -“L’intervento delle forze dell’ordine che ha consentito di rimuovere il blocco davanti alla Acca – ha scritto Gianluca Banchelli – e di permettere a oltre ottanta imprenditori di recuperare la propria merce rappresenta un segnale importante.

In uno Stato di diritto nessuno può impedire ad altri di lavorare. È un principio che vale sempre, indipendentemente dalle ragioni della protesta.

Da tempo sostengo che le metodologie utilizzate dai Sudd Cobas non possano essere condivise. Non perché non esistano problemi nel nostro distretto, né perché non esistano situazioni di sfruttamento che devono essere contrastate con la massima fermezza. Chi sfrutta i lavoratori deve essere perseguito senza alcuna esitazione. Però il metodo scelto finisce per produrre un effetto opposto a quello dichiarato: alimenta uno scontro tra gli ultimi.

Da una parte ci sono lavoratori che chiedono condizioni dignitose e diritti sacrosanti.

Dall’altra ci sono piccole aziende e laboratori che, pur tra mille difficoltà, cercano di sopravvivere in un sistema economico che concentra miliardi di euro nella parte più alta della filiera e lascia margini sempre più ridotti a chi produce.

Il risultato è che chi si trova in fondo alla catena produttiva finisce per combattere contro chi vive la sua stessa condizione di debolezza. E mentre qui si alimenta questo conflitto, nessuno sembra voler affrontare la vera contraddizione.

Assistiamo a lavoratori provenienti da Pakistan, Bangladesh e Cina che vengono sostenuti nelle proteste sul nostro territorio, con iniziative che finiscono inevitabilmente per creare tensioni e danni a una parte del sistema produttivo del Made in Italy.

Contemporaneamente, le grandi catene della distribuzione continuano a riempire i propri negozi di prodotti realizzati proprio in Pakistan, Bangladesh e Cina, approfittando di costi di produzione enormemente inferiori.

La politica TUTTA dovrebbe avere il coraggio di affrontare questo nodo. Perché continuiamo a combattere tra gli ultimi della filiera, mentre chi governa davvero il mercato resta completamente fuori dal dibattito

La politica, ma soprattutto chi rappresenta questo territorio, deve avere il coraggio di affrontare il problema nella sua interezza.

Non possiamo limitarci a rincorrere le emergenze. Dobbiamo costruire una strategia che valorizzi la parte sana della nostra filiera produttiva e difenda davvero il Made in Italy, senza cadere nelle semplificazioni o nel populismo. Perché se continua a perdere competitività il nostro distretto, perderemo tutti: i lavoratori, le imprese e il Made in Italy.

L’ho detto durante la campagna elettorale e continuo a sostenerlo oggi: i grandi brand possono realizzare il vero Made in Italy solo se esiste un territorio come Prato, con le sue competenze, la sua manifattura e la sua filiera.

Se implode Prato, implode una parte fondamentale del Made in Italy del nostro paese.

Per questo ritengo che strategie fondate sul conflitto permanente finiscano, nei fatti, per favorire chi da anni comprime i prezzi, delocalizza la produzione e scarica ogni costo sull’ultimo anello della catena.

La vera battaglia non deve essere tra lavoratori e piccole imprese, deve essere contro un sistema economico che impoverisce chi produce valore e concentra i profitti nelle mani di pochi grandi operatori internazionali.

Dobbiamo difendere contemporaneamente il lavoro e l’impresa onesta, promuovere il nostro territorio.

Dobbiamo semplificare le norme e rendere più efficaci gli strumenti di controllo contro chi sfrutta davvero il sistema.

Tra circa un anno il Paese tornerà al voto per il rinnovo del Parlamento. Potrebbe essere l’occasione per aprire una grande discussione nazionale sul futuro del Made in Italy.

Per questo avanzo una proposta concreta.

Serve una legge che riservi l’utilizzo, in etichettatura, del marchio “Made in Italy” esclusivamente alle imprese che dimostrino una filiera certificata, tracciabile, sostenibile e pienamente rispettosa dei diritti dei lavoratori.

Chi investe nella legalità, nella qualità e nella trasparenza deve essere premiato.

Chi compete comprimendo i diritti o alimentando sistemi opachi non può fregiarsi dello stesso marchio.

Il Made in Italy non può essere soltanto un’etichetta commerciale. Deve diventare una certificazione di qualità, legalità, responsabilità e valore.

Prato ha tutte le competenze, la storia e la capacità per essere il primo territorio a raccogliere questa sfida.

Io ne sono convinto”.

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