Ponte Buggianese – Spirano venti di guerra in Europa, ma non è una novità. Durante la cosiddetta “Guerra Fredda” il clima era anche più bollente di adesso che una vera e propria guerra alle porte dell’Europa, in Ucraina, c’è per davvero.
E non di rado unità militari della marina russa, allora URSS, incrociavano nel mediterraneo e venivano seguite da navi italiane. In uno di questi casi c’è stata una vera e propria “Caccia ad Ottobre Rosso” ed il riferimento al titolo del famoso film interpretato da Sean Connery non è affatto casuale.
Ci sono stati tanti “cacciatori” tra i marinai italiani, che non hanno combattuto una vera guerra, ma hanno giocato un ruolo importante nella cosiddetta “Guerra Fredda”, ovvero quella contrapposizione politica, ideologica e militare che venne a crearsi intorno al 1947, tra le due potenze principali emerse vincitrici dalla seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica.
Contrapposizione che porto alla creazione di due blocchi, quello occidentale e quello orientale (comunista) la tensione che ne risultò, durò circa mezzo secolo, pur non concretizzandosi mai in un conflitto militare diretto.
Da ciò l’espressione “Guerra Fredda”, usata per descrivere un’ostilità che non sembrava più risolvibile attraverso una guerra frontale tra le due superpotenze, dato il pericolo per la sopravvivenza dell’umanità.
In questa lunga partita a scacchi tra i due blocchi, ci sono stati innumerevoli momenti di contatto, tra i contendenti e di naturale tensione un po’ in tutto il Mondo.
Anche nel mediterraneo dove, ad un certo punto, le unità navali sovietiche pullulavano, ma venivano controllate da quelle NATO.
Questo è questo ci ha svelato Galliano Silvio Vigliozzi (in foto), raccontandoci la storia della sua vita.

Quando è entrato in marina?
“La mia avventura in marina è iniziata nel 1966, quando partii volontario all’età di 17 anni. La mia prima tappa fu la scuola a La Maddalena, in Sardegna, dove ho fatto nove mesi di corso. Avevo scelto tre categorie di specializzazione: meccanico di armi subacquee, incursore e sommozzatore. Invece (ride ndr) mi misero a fare il furiere segretario”.
Quale fu il suo primo imbarco?
“Fu su una nave Carabiniere, che era di base a La Spezia ed era stata varata da poco. Adesso però è in disarmo. Poi da quella andai sulla corvetta Grosso, che è la scuola comando delle corvette, che si trovava di stanza ad Augusta in Sicilia. Da lì si cominciò a navigare molto, spesso anche per mesi senza toccare porto perché in quel periodo nel Mediterraneo c’erano i russi, a causa ella Guerra Fredda. Avevano passato il Bo0sforo e, attraverso lo stretto dei Dardanelli, erano entrati nel Mediterraneo”.
Con che tipo di navi erano arrivati i russi e voi cosa dovevate fare?
“I sovietici avevano una forte presenza di sommergibili nucleari nelle nostre acque. Noi, durante la navigazione, su ordine della scuola comando di Augusta, che aveva suddiviso in settori tutto il Mediterraneo, dovevamo pattugliare il nostro quadrante alla caccia di questi sommergibili. Avevamo sempre il sonar in funzione, per individuare eventuali presenze”.
Lei che compito aveva?
“Dovevo stare in plancia ad occuparmi del brogliaccio di bordo annotando tutti gli ordini del comandante della nave. Questo serve, in caso dovesse succedere un incidente, perché si tratta di fogli timbrati e numerati con indicate le ore e i minuti, per verificare che ordini sono stati dati. Una sorta di scatola nera”.
Avete mai trovato un sommergibile russo?
“Sì, una sera ne abbiamo individuato uno, che seguimmo per tutta la notte. La mattina lo vedemmo emergere. Era un sommergibile nucleare, lo si capiva facilmente perché aveva tutti i bocchettoni di lancio sopra il ponte e i lancia siluri sia a prora sia a poppa. Era assai più grosso della nostra nave”.
Ha un’idea del perché è emerso?
“Sì, oltre ai sommergibili russi c’erano, nel Mediterraneo, molti pescherecci civetta. Quando gli uni volevano comunicare con gli altri non lo facevano via radio, ma il bastimento sommerso emergeva e i due equipaggi si parlavano direttamente a voce. Ebbene questa è stata la scena che noi abbiamo visto quella mattina. Il sommergibile russo è emerso perché c’era un peschereccio e si è messo in mezzo tra noi e quest’ultimo”.
Voi cosa avete fatto?
“Noi abbiamo preso tutti i dati possibili sul sottomarino e sul peschereccio. Abbiamo fatto anche molte foto. Ma quando i russi ebbero finito di parlare successe una cosa che mi colpì molto. Il comandante del sommergibile russo chiamò via radio il nostro e, parlando in inglese, ci ringraziò della compagnia che avevamo fatto loro fino a quel momento e ci salutò perché loro se ne andavano. Il nostro comandante risposa a la saluto cordialmente, convinto comunque che avremmo continuato a seguire i russi”.
Invece che è successo?
“Solo cinque minuti, dopo che il sommergibile si era immerso, è letteralmente sparito dai nostri sonar. Non lo abbiamo più trovato e non c’è stato verso di rintracciarlo. Nemmeno le altre nostre unità, che incrociavano nella zona, sono state in grado di rilevare la sua presenza. È letteralmente sparito nel nulla”.
Avete fatto altri incontri del genere?
“Beh abbiamo incrociato una nave oceanografica, o così la definivano loro, gigantesca. Sul ponte aveva due radar coperti che erano due palloni più grandi di casa mia. La nostra Corvetta, messa a confronto della loro nave, era grande quanto una posata al confronto dell’intera tavola. Già il loro primo ponte ci sovrastava, non c’era bisogno di andare più in alto. Era una cosa immensa, mostruosa, che definivano nave oceanografia. Ma, mi domando, se era veramente quello che dicevano, che ci faceva in un mare praticamente chiuso, come il Mediterraneo? Questo è stato il nostro secondo incontro coi russi. Il terzo lo avemmo al largo delle coste della Francia con uno di quei famosi pescherecci, di cui parlavo prima, che incrociavano nel nostro mare. Lo seguimmo per due giorni, ma non successe nulla di strano”.
Ricorda altri episodi particolari di quegli anni?
“Ricordo un addestramento particolare. Andammo a Taranto per un certo periodo al servizio operatori subacquei che è quello che interviene nelle navi affondate o nei locali sommersi dall’acqua per salvare le persone e per recuperare le cose. Ma non si usavano le bombole ma il pacco polmonare”.
Cosa sarebbe?
“È come una camera d’aria, con una bomboletta d’ossigeno caricata a 200 atmosfere, che mettono a disposizione 600 litri di ossigeno. Con quelle non si può andare più giù dei dodici metri di profondità, perché a 2 atmosfere di pressione l’ossigeno diventa tossico. Sono strumenti a circuito chiuso, quindi non generano bolle. Per il loro utilizzo, nei casi di emergenza, abbiamo fatto un corso di soccorso subacqueo (SOS) di quindici giorni. Al termine del quale ci hanno rilasciato un brevetto”.
Lei, fino a che profondità è abilitato per le immersioni?
“Fino a quaranta metri, un po’ come tutti nelle forze armate. Ad eccezione degli incursori, che vanno tranquillamente molto al di sotto di questa profondità”.
Dopo queste avventure che successe’
“Fui sbarcato perché, in quanto volontario, dovevo svolgere parte del mio servizio a terra. Col grado di Sottocapo, andai a fare il segretario personale dell’ammiraglio Casadei. Là lavoravo in una situazione di segretezza, non avrei mai potuto dire allora e nemmeno adesso il contenuto dettagliato di quello che facevo o annotavo. Posso solo dire che si trattava della ristrutturazione di tutte le basi della marina militare in Italia. Sapevo dunque quanti uomini c’erano nelle nostre basi, quanto numeroso era il personale civile e quali tipi di armamenti si trovavano nei siti”.
In seguito?
“Fui nuovamente imbarcato sulla nave Po a Messina, con la quale dovevamo rifornire di acqua, caricata a Reggio Calabria o a Palermo, le isole, tipo Vulcano e Lampedusa. Fu l’ultimo imbarco perché in seguito finii il servizio al ministero della Marina e poi mi congedai”.
Una curiosità, per concludere, so che lei ha il brevetto come paracadutista, come mai?
“Ho preso il brevetto perché ero appassionato di paracadutismo. In marina avevo conosciuto molti incursori che lo avevano, così ho deciso di prenderlo anche io alla scuola militare di Pisa nel 1987”.
Silvio Vigliozzi fa parte del Gruppo A.N.M.I. di Pescia – M.O.V.M. Gino BIRINDELLI e C.G.V.M. Franco Omero DEL MINISTRO, Piazza Simonetti, 1 – 51017 Pescia (PT) E-mail: anmipescia@gmail.com, cellulare 3357142852 (Presidente); se ci fosse qualche marinaio in congedo interessato a tesserarsi può contattare la sede usando i riferimenti pubblicati.


